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Siria. Un discorso per un paese PDF Stampa E-mail
Scritto da Manuela De Angelis   

La bandiera siriana

Camminando per le strade di Damasco, si può sentire a tratti la voce del presidente Bashar al-Assad, impegnato a rassicurare il suo popolo.Tutte le televisioni, tutte le radio, tutte le case, i luoghi di lavoro, i taxi, sono sintonizzate sul suo discorso; nessuna meraviglia, ogni volta che il presidente parla, è sufficiente mettersi su un tetto della città vecchia e ascoltare.

Ma oggi è diverso. I sentimenti dei siriani, un misto di rabbia, speranza e disperazione, rendono questo discorso particolarmente atteso e difficile; ogni sfumatura verrà accuratamente valutata e discussa, ogni gesto, ogni espressione facciale, passerà attraverso le forche caudine della critica temibile di un popolo che ha paura di perdere tutto e che sta decidendo il proprio futuro.

Ha atteso molto, il Presidente, prima di mostrarsi di nuovo in pubblico, circa un mese e mezzo, in cui il volto della Siria è profondamente cambiato, forse per sempre. Un solo misero mese in cui molte persone sono morte, hanno perso la casa e la sicurezza o sono dovute fuggire all’estero come profughi. Un mese maledetto in cui i media non hanno fatto altro che sbranarsi a colpi di notizie sensazionali che oscillano dal tragico, come la storia di Hamza, quindicenne torturato e ucciso dall’esercito, almeno così sostiene la famiglia e il cui corpo straziato è stato dato in pasto al mondo senza pietà, al farsesco, come la storia di Amina, bellissima lesbica siriana, autrice di un blog rivoluzionario, rapita dai servizi segreti, fulcro di una mobilitazione internazionale che ha finito per coprire di ridicolo alcune delle testate giornalistiche più influenti. Amina, infatti, non esiste, come è noto a tutti è stata inventata da un ex studente americano che si è dimostrato molto più intelligente di tanti tronfi giornalisti. Una storia da ridere, o forse da piangere.

Poi ci sono i soliti filmati che vorrebbero ricostruire il quadro della situazione nella sua interezza, le manifestazioni, le interviste, la brutalità dell’esercito siriano che picchia senza pietà coloro che ha appena arrestato (da al-Jazeera) e la brutalità della folla ad Hama, che impicca il cadavere nudo di un poliziotto (da ad-Dunya). La guerra dei media sulla Siria è feroce e molto poco politicamente corretta e non permette nemmeno a coloro che vivono nel paese, stranieri o siriani, di comprendere la reale entità degli avvenimenti.

I siriani in realtà non parlano molto, non esprimono volentieri la loro opinione, si limitano a dare vaghe risposte in cui auspicano un rapido ritorno alla normalità e raramente si dichiarano pro o contro il governo. Totalmente assenti, o quasi, sono le opinioni che contemplano un dopo-Assad, assenza dovuta probabilmente all’abitudine di considerare il partito Baath e la famiglia Assad inamovibili e assolutamente necessari per il paese. Del resto, la forza di questo governo nasce soprattutto dall’abilità di non far credere possibili altre alternative politiche, bollandole come negative, in quanto troppo legate all’Occidente (che qui si traduce con America e Israele), oppure troppo islamiste, oppure semplicemente poco consone allo spirito nazionalista siriano. La lenta e sapiente opera di convincimento è stata accompagnata dall’epurazione sistematica di tutti gli avversari politici più o meno validi. Ma queste sono cose vecchie. Bashar al-Assad si è imposto come una ventata di aria fresca, un presidente forte e buono che si fa perdonare la lontananza abissale dal suo popolo e che, con grande dispetto di Europa e America, ha davvero portato la Siria ad un livello di modernità fino a cinque, sei anni fa impensabile. L’immagine della Siria nel mondo era fonte d’orgoglio per i siriani, spesso disposti a chiudere entrambi gli occhi sui lati oscuri e retrogradi, pur di credere fortemente al destino luminoso di paese arabo, non solo islamico, economicamente stabile, culturalmente variegato e tollerante, una perla nel Medio Oriente. La Siria stava vincendo, anche i poveri avevano da mangiare, s’iniziava a poter parlare liberamente, gli stranieri e le loro ricchezze affluivano; i problemi restanti, per quanto gravi, sarebbero stati risolti dal giovane Presidente.

Da dove viene allora la rabbia dei siriani? Dove dormivano le idee rivoluzionarie, anche se un po’ sconclusionate che hanno fatto scoppiare le manifestazioni?

Qua e là sul web si affaccia l’ipotesi del complotto ordito dalle potenze occidentali, stanche di avere un paese del genere in crescita continua e, anche se si è tentati di bollarlo come paranoico, l’atteggiamento internazionale risulta quantomeno sospetto, soprattutto in un momento in cui un gran parte del mondo arabo-islamico sembra giunto ad un punto di svolta. La pressione continua in seno all’unione europea in merito ad una risoluzione contro il governo siriano, fa pensare ad una volontà di controllo, più che ad un limpido interessamento rivolto ad aiutare concretamente la popolazione siriana.

Il complotto torna prepotentemente anche nelle parole del presidente Assad, così come l’attribuzione delle manifestazioni violente e dei morti a gruppi non ben definiti di “terroristi”. Le vittime sono shahid, ovvero martiri nelle parole del governo e in quelle dei manifestanti, delle organizzazioni dei diritti civili e di chi si rivendica oppositore politico. I martiri non rilasciano interviste.

Assad parla a lungo, partecipa al dolore, rassicura i siriani, chiede tempo per le riforme e fiducia, tanta fiducia per costruire il futuro. Invita i profughi siriani (circa 11.000 secondo le fonti recenti) in Turchia a tornare a casa, nel loro paese che non vuole fargli del male. Parla della situazione economica che sta diventando sempre più critica e che peggiorerà rapidamente se la situazione non si normalizzerà, investendo tutti, oppositori e sostenitori del governo.

Parla tranquillo, a suo agio, ma la voce ha molte incertezze, a volte sfuggono parole in dialetto rompendo l’eloquio fluente in arabo classico e s’intuisce dietro l’attore politico consumato, la consapevolezza di dover convincere a tutti i costi la Siria di non essere il debole colpevole, l’ignavo, che sta permettendo il dilagare di una violenza brutale e inutile.

Il presidente tace, applausi.

Il giorno dopo, nuove manifestazioni invadono le maggiori città siriane, Hama, Homs, Aleppo, Damasco. Tutti in piazza, divisi in due cortei, quelli che amano il Presidente (non tanto il resto del governo) e quelli che vogliono un cambiamento radicale, anche a costo di una guerra civile, incuranti dell’ignoto di un prossimo governo che potrebbe essere di tutto, militare, islamista, schiavo dell’America e altro. Scoppiano disordini tra i manifestanti, proprio non si riesce a stare tranquilli, nuovo sangue si sparge ad Homs e le previsioni sono di una difficile settimana di continue manifestazioni, spostamenti di truppe, strade interrotte e l’ansia crescente per il prossimo venerdì.

E’ ancora presto per dire se Bashar al-Assad è riuscito a recuperare parte del sostegno a cui il popolo siriano lo aveva abituato forse troppo facilmente. Negli ultimi mesi, molti siriani si sono forse resi conto che la fiducia tributata a questo Presidente era in parte legata al confronto con Hafiz al-Assad, suo padre, politicamente molto più forte, un padre della patria che ha però costruito le fondamenta del paese su molto sangue innocente.  Bashar al- Assad ha permesso ai siriani di tirare un sospiro di sollievo, ma, forse, in questo difficile frangente, molti di loro vorrebbero vedere in lui almeno una parte della forza e della tenacia del padre.

 
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