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Ridevamo alla musulmana PDF Stampa E-mail
Scritto da Franco Cardini   

Un sorriso!

Tre esperti del mondo islamico smontano uno dei più diffusi luoghi comuni

Lo sanno (quasi) tutti, che i musulmani non hanno humour. Figurarsi gli arabi.

Peccato solo che (quasi) tutti si sbaglino. Per varie ragioni. Anzitutto, non tutti i musulmani (un miliardo e mezzo circa di persone nel mondo) sono arabi, i quali raggiungono “appena” i 350 milioni. Poi, non tutti gli arabi sono musulmani: ve ne sono difatti anche di cristiani e di ebrei (va tenuto presente che l’esser musulmano è una condizione religiosa, l’essere arabo una condizione etnolinguistica).

Quindi, l’umorismo è una questione strettamente connessa alle condizioni storiche e linguistiche di ciascun popolo o gruppo: ed è arduo comprenderlo quando non si fa parte del gruppo che lo esprime.

È comunque abbastanza naturale che i musulmani, a qualunque origine etnolinguistica appartengano, abbiano una decisa tendenza a non accettare le gratuite battute di spirito spesso pesanti o irriverenti nei confronti del Profeta, del Corano, degli angeli e via dicendo. Ma, mentre un musulmano di origine occidentale ha nella sua origine gli strumenti per comprendere che cos’abbia significato da noi il cosiddetto “processo di secolarizzazione” ed è in qualche modo abituato a una cultura che, relativizzandola, può scherzare sulla sua stessa componente religiosa, per un musulmano arabo, berbero, iraniano o anche turco resta molto più difficile: specie se lo scherzo o il dileggio sono espressi attraverso modi e forme propri di lingue e tradizioni diverse da quelle di coloro che ne sono oggetto.

Ridere, e in modo speciale saper ridere di se stessi, corrisponde a un processo antropologico in sé molto complesso e delicato. Per contro, è molto diffusa la critica pesante e malevola contro gli appartenenti ad altre culture che, messi alla berlina o ridicolizzati in casa nostra attraverso battute e situazioni che noi troviamo naturalmente comiche – ma che sono tali solo se costruite o fruite all’interno della nostra cultura –, reagiscono scandalizzati e indignati e si beccano perciò l’eurocentrica accusa di «non essere spiritosi»: come se lo “spirito” fosse solo quello che noi intediamo come tale.

È del resto noto che le barzellette, raccontate in una lingua o addirittura in un dialetto o in un gergo estranei a chi le ascolta, non fanno ridere: il che non prova nulla sullo spirito e sull’intelligenza sia di chi ha concepito la barzelletta, sia di chi l’ascolta. Del resto, lo stesso pregiudizio sul fatto che vi siano genti o regioni più o meno “spiritose” (e “spirito” è spesso tout court sinonimo d’intelligenza) è profondamente falso e dipende da inaccettabili generazioni. I piemontesi vengono considerati, dalla stragrande maggioranza degli italiani, gente di comprendonio durissimo: ma a esempio due tra le persone più intelligenti e spiritose che io conosca, Umberto Eco e Alessandro Barbero, sono entrambi piemontesi.

In materia d’intelligenza e di spirito, ma anche d’impegno civico e di cultura antropolinguistica, poche cose recenti conosco che possano esser paragonate a un libro uscito quest’anno per l’editore Carocci: Il sorriso della mezzaluna, a cura di Paolo Branca, Barbara De Poli e Patrizia Zanelli. Un lavoro davvero splendido e sul serio divertente, nel quale si presenta e si spiega un vasto campionario di barzellette, di battute, di motti di spirito circolanti sia nei paesi arabi, sia tra gl’immigrati da essi provenienti e che vivono tra noi. Comprendere perché un arabo rida, e come, e che cosa lo faccia ridere (con attenzione alla sua origine etnica, alla sua condizione sociale, al suo sesso, alla sua età, al suo livello culturale), aiuta moltissimo a entrare nella sua psicologia e a capir meglio azioni e reazioni da parte sua che, altrimenti, ci resterebbero estranee e incomprensibili.

D’altronde, dire “arabo” non basta: un siriano, uno yemenita o un marocchino non ridono affatto nello stesso modo delle stesse cose: e anche il comune idioma che essi parlano è localmente e regionalmente diverso. È dunque un’ottima scelta quella dei tre coautori di questo libro, di aver insistito molto soprattutto sull’Egitto: non solo il più popoloso tra i paesi arabi, ma anche quello la produzione letteraria, cinematografica e televisiva del quale ha finito col rappresentare per l’umorismo arabofono quel che per l’Italia hanno rappresentato a lungo i dialetti romano o napoletano. Un altro capitolo del libro, prendendo spunto dal “caso” di una rivista satirica marocchina, affronta il tema della censura con argomenti rivelatori, per analogia, anche nei confronti dell’Occidente.

Infine, è con molto coraggio e autentica spregiudicatezza – quella vera: che non gioca a sorprendere né a scandalizzare, ma vuol far riflettere sulle nostre contraddizioni e sul nostro considerar “ovvio” quel che ci riguarda e “aberrante” quanto ad altri appartiene – che gli autori esaminano alcuni casi speciali. Perché gli arabi musulmani non hanno trovato divertente la dissacratoria satira di Salman Rushdie? Perché se la sono tanto presa con il giornale danese Jylalnd Posten, che nel 2005 ha pubblicato una dozzina di vignette satiriche in cui il profeta Muhammad era rappresentato come un terrorista? In che senso si sono sentiti tanto offesi dalla Lectio magistralis di Benedetto XVI) a Regensburg nel 2006? E d’altro canto, se noialtri siamo, a differenza degli arabi – così aperti, tolleranti e intelligenti, come si spiegano le polemiche provocate da films come Je vous salue Marie o The last temptantion of Christ? Il fatto è, come ben spiegano gli autori, che ogni cultura ha in realtà i suoi tabù: e che il rapporto tra umorismo o satira o anche solo ironia da una parte, censura dall’altra, dovrebb’essere risolto anzitutto dai limiti autoimposti dal buon senso e dal buon gusto.

Qui non stiamo parlando, intendiamoci, della Santanché la quale in tv tratta il Profeta da “pedofilo” senza neppure chiedersi che cosa potesse significare esser “minorenne” nell’Arabia del VII secolo. Qui si allude ad esempio a chi non si rende conto che scherzare sul nome di Dio o sulla Sacra scrittura possa essere per certi popoli altrettanto grave di quanto non fosse, nell’Italia di ieri, raccontare una barzelletta irriverente sui caduti della Resistenza; o di quanto non possa essere scherzare sulla shoah. Anche l’umorismo ha i suoi limiti: esattamente del resto come la libertà, che dovrebbe fermarsi dove comincia quella altrui.

A scanso di equivoci, è bene infine avvisare che questo libro è anche scientificamente affidabile. Paolo Branca, islamista dell’Università Cattolica, è anche uno dei pochi membri davvero competenti di quella bislacca “Consulta sull’Islam in Italia” insediata presso il ministero degli interni e che raggruppa, nella sua quasi totalità, pseudoesperti autori di pamphlets di seconda mano, tuttologi competenti de omnibus rebus et de quibusdam aliis, delatori da blog travestiti da giornalisti, ex neopagani riciclatisi come cattolici tradizionalisti ed altra fauna. Come sia entrato Paolo Branca in una combriccola del genere, evidentemente messa insieme da qualche sottosegretario con intenti neppur troppo scopertamente antislamici, resta un mistero. Che ci sia, è una grande consolazione. Che ce lo facciano rimanere, sarebbe un terno al lotto.

 

 

Franco Cardini

Fonte: Europaquotidiano.it

 
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