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Il discorso del re non ispirerà pellicole da Oscar, ma per il Marocco, probabilmente, passerà alla storia. Mohammed VI si rivolge alla nazione e annuncia una «riforma costituzionale globale», un programma di radicale ristrutturazione degli equilibri politici, basato su tre punti: il rafforzamento del ruolo del premier, l’indipendenza della magistratura, il riconoscimento della componente berbera.
Rabat cerca di disinnescare sul nascere le tensioni politico-sociali, conseguenza del contagio nordafricano, e interviene con un segnale concreto, giudicato positivamente dai commentatori e dalle stesse opposizioni. Il cuore della riforma è la trasformazione dello status del primo ministro. Secondo l’articolo 65 dell’attuale costituzione, il premier viene nominato dal re e «coordina le attività ministeriali ». Adesso verrà scelto «all’interno del partito che otterrà maggiori voti alle elezioni legislative e, in quanto titolare di un effettivo potere esecutivo, sarà pienamente responsabile dell’operato del governo e dell’amministrazione pubblica». Senza mai fare cenno alle rivolte arabe, il monarca ha offerto una piattaforma politica di stampo occidentale: «Il consolidamento dello stato di diritto, attraverso la separazione dei poteri, l’allargamento delle libertà individuali e collettive, il rafforzamento dei partiti, la tutela dei diritti umani». A questo programma ha aggiunto un punto che rappresenta la risposta a una questione tutta interna, quella dei separatisti del Sahara occidentale, ai quali ha proposto un processo di «regionalizzazione del regno». Mohammed VI ha poi annunciato la formazione di una commissione ad hoc per la revisione della costituzione, presieduta dal giurista Abdeltif Menouni, che presenterà entro giugno i propri suggerimenti di riforma. La carta costituzionale entrerà in vigore dopo un referendum confermativo. Rispetto alle repubbliche dell’area, come l’Egitto, il Marocco non deve affrontare un problema di successione. La monarchia è un’istituzione rispettata, oltre che un fattore di stabilità. Ma di fronte ai fermenti rivoluzionari che hanno sconvolto il Maghreb e il Mashrek, anche a Rabat si è fatta insistente la richiesta di riforme profonde. Il 20 febbraio migliaia di persone sono scese in piazza con un triplice slogan: «libertà, dignità, giustizia». Si è trattato in gran parte di manifestazioni pacifiche, anche se a Marrakech, Larache e Tetouan ci sono stati alcuni incidenti. Solo pochi radicali hanno messo in discussione la persona del re o l’istituto monarchico, ma molti hanno reclamato una più equa redistribuzione delle risorse economiche e degli equilibri politici. Il movimento “20 febbraio”, nato su Facebook, chiedeva proprio una riforma costituzionale e le prime reazioni dell’opposizione mostrano che il re ha colto nel segno. Abdelilah Benkirane, segretario generale del Partito della giustizia e dello sviluppo, una formazione islamista, esprime al tempo stesso sorpresa e soddisfazione: «Il sovrano ha risposto positivamente alle nostre domande. Questa evoluzione assomiglia piuttosto a una rivoluzione. Siamo tutti chiamati a lavorare seriamente per dare concretezza ai questi contenuti».
La bontà della mossa reale è confermata dal giudizio degli analisti, come il politologo Mohamed Darif: «Non viene instaurata una monarchia parlamentare, ma un sistema equilibrato, con una condivisione del potere tra il re e un governo espressione del parlamento. Questo discorso rompe con la monarchia esecutiva».
Fonte: europaquotidiano.it
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