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Milano, Don Rigoldi: la città non deve dimenticare il ragazzo morto PDF Stampa E-mail
Scritto da don Gino Rigoldi   

Per non dimenticare ... album di Salvatore Lo Faro, Flickr.com

Ahmed Mamdouh non è soprattutto un extracomunitario, è l'unico figlio di una coppia di gente troppo povera

Posso chiedere a questa mia Milano un poco di pietà per un giovane di diciannove anni che ha perduto la vita su di un marciapiedi di Via Padova? Ahmed Mamdouh non è soprattutto un extracomunitario, non è soprattutto un arabo islamico, è un ragazzo, l'unico figlio di una coppia di gente troppo povera. Nato in una città dell'Egitto, arrivato in Italia all'età di quindici anni a cercare fortuna per sé e la sua famiglia, panettiere saltuario in nero. Non era un clandestino perché aveva ritirato il suo permesso di soggiorno da pochi giorni e lavorava, faceva il pane e faceva economia per mandare un aiuto ai genitori che aspettano lui e il piccolo aiuto che faceva arrivare appena poteva.

 

È troppo chiedere a questa mia Milano una lacrima da condividere con due genitori poveri e soli, disperati per aver perduto l'unico figlio? Chiedo la pietà che non è condoglianze di convenienza, rassegnazione senza direzione, bisogno di dimenticare dietro a parole buone di circostanza. Ho sentito molte voci di persone responsabili. Dalla solita «tolleranza zero» al rimbalzo delle colpe, alla caccia all'uomo casa per casa , finalmente anche al buon senso di chi chiede una nuova politica della accoglienza e dell’integrazione. Ma non dobbiamo dimenticarci del ragazzino Ahmed che ora ha la sua casa in una fredda cella dell' obitorio come se fosse diventato invisibile, sparito.


Si dice che chi lo ha ucciso sia un sudamericano, magari di una banda di giovani sbandati. Anche loro stranieri nella nuova patria, figli di nessuno. Il colpevole deve essere punito e spero sia arrestato presto. Ma anche questi ragazzi dell' America Latina sono affidati a noi. Sono anche loro figli nostri, affidati a noi perché ora vivono con noi a Milano. Nessuno vorrà tollerare le violenze ma proprio non possiamo cercare un dialogo, il tentativo di far percorrere anche a loro la strada della integrazione, di una vita sociale ordinata e pacifica?

Io so che è possibile, nei quasi quaranta anni di vita nel carcere e nelle periferie ho visto con i miei occhi cambiare e diventare persone buone e positive, vite disperate e violente. Ho visto giovani latinos diventare dei bei calciatori, degli appassionati di musica rap, prendere passione per i libri e la scuola, pregare con devozione ad una Messa. Se siamo forti noi milanesi e noi siano forti di cuore e di mente, potremo far diventare questo dolore e la risposta alla violenza un impegno di umanità.

 

 

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