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Libro. Arafat l'irriducibile |
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La biografia dell'uomo che da cinquant'anni guida il popolo palestinese inizia con un mistero, il luogo di nascita, e con il racconto dell'infanzia trascorsa a due passi dal muro del Pianto, della giovinezza passata in Egitto. Ma nel 1959, quando con un pugno di amici fonda il movimento fedayin di al Fatah, inizia la vera Storia. Quella di Arafat è una vita di peregrinazioni e di lotta. Un'esistenza passata a sfuggire ad attentati, a confondere le tracce. E a seminare i propri biografi...
Ecco perché questa biografia poteva scriverla solo Amnon Kapeliouk, che conosce Arafat da più di vent'anni e l'ha intervistato quasi centocinquanta volte. Un lavoro capillare e documentatissimo che si avvale delle testimonianze di centinaia di persone, palestinesi naturalmente (che spesso sono diventati suoi oppositori), ma anche israeliani (soprattutto ufficiali dei servizi segreti), e di un'enorme quantità di documenti. Una biografia politica. E non potrebbe essere altrimenti trattandosi di chi è stato il protagonista della storia del suo popolo.
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| I Giudizi: |
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"Il presidente Arafat resterà per sempre un simbolo d'eroismo per tutti i popoli del mondo che lottano per la giustizia e la libertà e sono convinto che questo libro permetterà di meglio comprendere la ragione della stima che provano per lui tutti coloro che amano la libertà."
dalla Prefazione di Nelson Mandela
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| Un brano: |
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Nelle strade di Gaza e Ramallah circola questa storiella, un omaggio venato d'ironia a colui che ha permesso ai palestinesi di rialzare la testa, offrendo loro la luce della speranza. Durante un pellegrinaggio alla Mecca, dopo aver compiuto in compagnia dell'amico Abu Jihad i sette giri attorno alla Kaaba, Arafat stava scendendo verso Mina, dove tutti i pellegrini devono gettare sette sassolini su ciascuno dei tre mucchi di pietre, lanciando insulti a 'Satana maledetto'. Abu Jihad, che cammina a fianco di Arafat, nota che questi non sta gettando alcun sassolino.
"Perché non getti le pietre a Satana maledetto?" chiede. "Perché io non rompo con nessuno" risponde Arafat ...
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L'autore:
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| Amnon Kapeliouk, nato a Gerusalemme, è giornalista e arabista, e collaboratore da diversi anni di Le Monde e di Le Monde Diplomatique, oltre che del quotidiano israeliano Yedioth Aharanoth, nonché conoscitore del Medio-Oriente, del conflitto arabo-israeliano e della questione palestinese. |
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Casa editrice: Ponte alle Grazie Traduzione di Valenti S. 458 pagine
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Il pragmatismo di Arafat di Michelangelo Cocco
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Amnon Kapeliouk ha intervistato Yasser Arafat 150 volte: l'ultimo incontro del giornalista israeliano con il presidente palestinese è stato nella Muqata di Ramallah, tre settimane prima della morte del raìs. Kapeliouk ricorda che «era molto dimagrito ma allegro» e, come al solito, in segno d'amicizia, gli ha offerto «un po' di minestra, dal suo piatto». Se il rapporto del collaboratore di Le Monde diplomatique con il capo dell'Anp è stato all'insegna dell'amicizia, il ritratto che ne ha tracciato nel suo «Arafat, l'irriducibile» è politico, anche se ricco di «mille aneddoti che confermano la leggenda della baraka (fortuna) di cui avrebbe goduto Arafat». Sempre per il fine ultimo della creazione dello Stato palestinese, Arafat è riuscito in imprese apparentemente impossibili: mediare tra i diversi partiti dell'Olp mentre l'Organizzazione per la liberazione della Palestina veniva presa a cannonate in Giordania e in Libano; barcamenarsi tra governanti arabi in lotta tra loro; mantenere l'unità del suo popolo. Kapeliouk rilegge la «rivoluzione palestinese» attraverso le gesta del politico che meglio ha saputo rappresentarla. Ma il suo non è uno sguardo miope. Il grande pragmatismo di Abu Ammar viene mostrato nel rapporto dialettico con gli altri partiti dell'Olp - di cui sono raccontate l'evoluzione delle posizioni politiche e i protagonisti - con un mondo arabo che, dopo la morte di Nasser e Boumedienne, appoggiò la rivoluzione palestinese solo a parole, con Israele che l'ha trasformato da nemico giurato a partner di pace, salvo poi rinchiuderlo in gabbia negli ultimi tre anni della sua vita, perché su un punto non ha mai ceduto: la pace è possibile solo in cambio dei Territori occupati da Israele nel 1967. Se, come ha scritto recentemente su Haaretz Ze'ev Schiff, «la morte di Arafat apre la possibilità di trasformare il piano di ritiro da Gaza da una mossa unilaterale israeliana in una mossa pienamente coordinata con una nuova leadership palestinese» vale la pena di rileggere la storia del conflitto per capire a quali pericoli andrebbero incontro i palestinesi accettando di co-gestire un progetto che prevede come esito l'annessione di porzioni della Cisgiordania. Il libro di Kapeliouk è un ottimo punto di partenza.
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