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Lettera aperta della moglie di Youness Zarli al Presidente della Repubblica PDF Stampa E-mail

 

Al Presidente della Repubblica,

Onorevole Giorgio Napolitano

Egregio Presidente,

Oggi, 31 maggio, mio marito Youness Zarli ha iniziato lo sciopero della fame, fino a quando non gli sia resa giustizia.

Youness, giunto in Italia con la sua famiglia ancora ragazzino, ha sempre condotto una vita normale: regolare permesso di soggiorno, l’incontro e il fidanzamento con la sottoscritta, perfino la soddisfazione di conquistare, con la “Boxe Bergamo” il titolo di campione italiano di light contact. Poi d’improvviso, il 3 dicembre 2005, gli agenti della Digos lo portano in questura e, dopo quarantotto ore, lo sistemano su un aereo per Casablanca. La sua unica colpa: quella di avere in Marocco un fratello arrestato per “integralismo islamico”.


Tutto ciò, nonostante il governo italiano fosse perfettamente a conoscenza dei trattamenti inumani e degradanti cui vengono sottoposti in Marocco anche solo i sospettati – e a Lei, signor Presidente, sarà senz’altro nota la condanna dell’Italia su questo versante da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Appena sceso dall’aereo nel 2005 è stato arrestato dalla polizia marocchina, sottoposto a tortura nel corso degli interrogatori per due settimane e quindi trasferito in un carcere speciale. L’assoluzione è arrivata a fine 2006, dopo quasi un anno di ingiusta reclusione.

Tornato in libertà, Youness mi ha sposata al consolato italiano di Casablanca, poi, pensando che l’assoluzione in Marocco avesse cancellato l’espulsione, abbiamo chiesto un visto per ricongiungimento familiare e l’abbiamo subito ottenuto.

Siamo dunque tornati tranquillamente in Italia, ma quando mio marito si è presentato alla questura di Bergamo per chiedere il permesso di soggiorno, è stato nuovamente e immediatamente espulso.

L’anno dopo mio marito, emozionato per la mia gravidanza, ha deciso di ignorare l’espulsione e di tornare in Italia. E, incredibilmente, ha potuto farlo nel più semplice dei modi: imbarcandosi su un aereo e mostrando alla frontiera il suo passaporto. La polizia si è accorta del rientro quando era nuovamente a Bergamo. L’ha fermato ancora una volta e l’ha espulso di nuovo. Perché il sospetto terrorista era, come al solito, a casa con noi.

Ora, signor Presidente, è pur vero che mio marito non avrebbe dovuto rientrare senza autorizzazione, ma faccio davvero appello alla sua saggezza: se si fosse trattato di un vero terrorista, sarebbe forse venuto a casa da me? Avrebbe agito così alla luce del sole? Se l’ha fatto, è solo perché si era sempre sentito a casa sua in Italia, e avrebbe soltanto voluto cullare tra le sue braccia nostro figlio.

Io e il piccolo Adam l’abbiamo poi raggiunto a Casablanca, in attesa di poter dimostrare attraverso le battaglia legale in corso il nostro diritto all’unità familiare in Italia a fronte dell’infondatezza dei sospetti e quindi fare tutti rientro nel mio Paese.

Ma domenica 11 aprile alle ore 13, mio marito è stato chiamato sotto casa ed è sparito nel nulla.

Così per me e per il mio piccolo Adam è cominciato un nuovo incubo, ogni giorno andavo in tutte le questure di Casablanca, tutti i giornali parlavano del “rapimento” di una trentina di ragazzi… ma per 26 giorni non ho mai potuto né vedere né ricevere notizie di mio marito, neppure sapere dove si trovasse.

Il 6 maggio, è giunta improvvisamente la convalida dell’arresto, dal tribunale di Salè a Rabat, e solo il mattino seguente l’ho potuto finalmente visitare in carcere.

Purtroppo, Youness ci ha raccontato dove e come ha passato quei 26 giorni, subendo ogni tipo di tortura nella prigione segreta di Temera.

Tornata a casa, stavo peggio di prima, e non sapevo cosa raccontare al mio bambino.

Signor Presidente, né mio marito né io abbiamo capito il contenuto delle accuse che gli sono mosse, anche questa volta nessun fatto preciso, nessuna prova di un qualunque comportamento criminale !

Signor Presidente, mio marito oggi ha cominciato uno sciopero della fame per avere giustizia, per sapere di che cosa lo si accusa, così da potersi difendere.

Le chiedo col cuore di interessarsi al nostro caso, facendo sentire la sua voce al governo marocchino, il quale – mi scusi la franchezza – ha conosciuto mio marito soltanto attraverso i ‘sospetti’, mai dimostrati, che gli sono stati addossati dal decreto di espulsione dell’allora Ministro Pisanu, ed è solo per questo motivo che un tranquillissimo ragazzo che amava la sua famiglia, l’Italia e la boxe è stato catalogato come un pericoloso, fantomatico, “terrorista”.

RingraziandoLa del tempo che mi ha dedicato, Le porgo cordiali saluti.

Jessica Zanchi

 

Qui c'è un blog dedicato alle sue vicende.

 

 

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