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La rivoluzione siriana PDF Stampa E-mail
Scritto da Manuela De Angelis   

La Siria è lì, appena fuori dalla porta di casa ; nulla è cambiato nel mio quartiere, una vecchia zona appena fuori dalla città vecchia, un dedalo di viuzze sporche, case antiche e palazzine nuove, sorprendenti moschee incastrate tra le case, un grande cimitero islamico dall’aria malinconica. I bambini giocano schiamazzando, le donne vanno e vengono indaffarate, il vecchietto che gira in bicicletta vendendo pane e banane lancia sempre il suo richiamo gagliardo. Ma sono sicura che tutti, in cuor loro, aspettano trattenendo il fiato che succeda qualcosa.

Questi tre mesi di notizie frammentate e sospette, il mistero che circonda le zone teatro delle manifestazioni e le innumerevoli storie che s’ intrecciano raccontate con siriana passione, hanno minato la tranquillità di queste persone. Il venerdì, giorno da passare in famiglia, magari facendo un pic-nic, atteso dalle coppiette e dai gruppi di giovani studenti, è diventato un giorno fantasma. Damasco è vuota, i soldati e la polizia, triplicati di numero, pattugliano la città, riempiono la piazza antistante la moschea Omayyade per soffocare qualsiasi tentativo di manifestazione dopo la preghiera del mezzogiorno, i negozi rimangono ostinatamente chiusi.

Perché le manifestazioni si scatenano il venerdì? Questo è un giorno speciale nella settimana islamica, è un giorno di vacanza e di meditazione religiosa. La prima preghiera della giornata, quattro, quattro e mezza del mattino, è preceduta dalla recitazione del Corano diffusa dagli altoparlanti e la preghiera di mezzogiorno, la più importante, raduna molti fedeli di tutte le età. Durante la preghiera, l’Imam pronuncia una sorta di breve predica, detta khutba, in genere di contenuto religioso, ma non necessariamente. In antichità, fin dall’alba dell’impero islamico, nella khutba era pronunciato il nome del califfo in carica, più tardo seguito da quello del sultano o, comunque, di chi deteneva il potere. Questo è il cuore politico della religione islamica; nei periodi di transizione la khutba assumeva la funzione importantissima di legittimazione del potere e di dialogo diretto tra il sovrano e il popolo, filtrato dalla religione.

Nessuna meraviglia se, ai giorni nostri, le manifestazioni e le rivoluzioni partano proprio dalla preghiera del mezzogiorno del venerdì; non si tratta solamente della comodità per gli organizzatori di avere un punto d’incontro e di aggregazione molto sentito, è l’indiscutibile punto di forza che possono dare secoli di storia sedimentati nelle persone. Un musulmano inizierà sempre una rivoluzione di venerdì, così come attenderà di conoscere le notizie dopo la preghiera, esattamente come succede ora in una Siria spaventata e disorientata.

I siriani, almeno visti da Damasco non sembrano molto rivoluzionari. La maggior parte delle esortazioni alla caduta del governo per la conquista della libertà e della democrazia, partono dai blog e dalle pagine Facebook curate da giovani siriani residenti all’estero, oppure che sono dovuti andare via in questi ultimi tre mesi per non venir schiacciati dalla macchina implacabile della polizia segreta, che sa tutto di tutti e a cui è sufficiente un leggero sospetto per arrestare ed interrogare.

Un interrogativo grande nasce, però dalla lettura di questi blog commoventi per la loro patriottica ingenuità: che libertà vogliono queste persone? Saprebbero usare la tanto sospirata democrazia a loro vantaggio?

Leggendoli si ha la spiacevole sensazione che dietro le belle parole non ci siano delle idee politiche e sociali ben formate, non ci sono i nomi di personaggi politici trainanti, spuntano vecchie idee e richieste che sono state accolte e soddisfatte dal governo già nella fase iniziale delle agitazioni. Ma loro chiedono di più, accusando il Presidente di falsità, di essere un burattino in balia della sua famiglia e del partito Baath, chiedono, infine, un governo interamente diverso, uno nuovo di zecca, senza però darne al mondo una descrizione chiara.

Dietro a questi giovani che si sarebbe tentati di chiamare idealisti, si scorgono ombre inquietanti. Ex uomini politici, come il famoso Abd al-Halim Khaddam (vice presidente di Hafiz al-Assad), chiamato ladro dai siriani ed effettivamente riconosciuto colpevole di illeciti notevoli e ex generali dell’esercito, oppure il celeberrimo Rifa’t al-Assad, fratello dell’ex presidente Hafiz al-Assad, zio dell’attuale, principale artefice del massacro di Hama, nell’82, una macchia terribile sul governo Assad. Rifa’t, Khaddam, lanciano esortazioni infuocate, accompagnate, sembra, da ingenti somme di denaro, destinate a sostenere le spese della rivoluzione, oppure, come fanno sapere dal governo, a corrompere onesti cittadini siriani, rendendoli spargitori di orrore, sia sulla via delle armi, sia come falsi informatori della stampa.

Il movimento di capitali (sono state citate somme anche rilevanti dalle reti d’informazione siriane, come 2-3 milioni di dollari) destinati a sollevare una rivolta sufficientemente forte a spazzare via il governo in carica, è un punto oscuro e decisamente controverso della rivoluzione siriana, così come la mancanza di informazione pulita e attendibile che si è trasformata in una guerra di media, resa più sporca da un numero imprecisato di filmati, foto e notizie false o molto discutibili, date letteralmente in pasto all’opinione pubblica mondiale senza alcun controllo.

I giornalisti stranieri non hanno mai avuto accesso alle zone più pericolose, sono sempre stati costretti a fidarsi di testimoni oculari, forse pagati per dire quello che avevano da dire (televisione siriana), forse troppo coinvolti emotivamente per essere veramente attendibili. Inoltre, a parte il giornalismo “arabo” (vedi al-Jazeera), gli inviati di solito non parlano arabo, oppure lo parlano a stento, magari hanno studiato l’arabo classico e capire informazioni dette velocemente al telefono in stretto dialetto di Dar’a o di Banyas non dev’essere semplice.

Oggi, in questo inizio burrascoso di maggio, i giornalisti stranieri non sono più qui, nemmeno al-Jazeera, colpevole riconosciuta di produzione di prove false, forse utilizzata come strumento nelle mire saudite sulla Siria.

In realtà molti giornalisti occidentali si spacciano come studenti di arabo, requisito fondamentale, tra l’altro, per ottenere il visto e stanno qui, a Damasco, con le orecchie tese e la voglia di partire e andare a vedere, piantonati dalla polizia segreta che aspetta solo un passo falso per spedirli in carcere e poi a casa.

Intanto, fuori dalla porta di casa un ennesimo venerdì solitario passa lenta, qualche moschea diffonde con poca convinzione le sacre parole del Corano e i siriani aspettano pazienti che l’incubo passi.

 

 
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