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IL CAIRO. Dal nostro inviato Kifaya (كفاية) in arabo vuol dire "basta" ed è il nome del movimento di opposizione sorto cinque anni fa dalla società civile: è quello che chiedono i manifestanti in gran parte dell'Egitto, dalle città tentacolari come il Cairo alle sonnolente ma sensibili tribù beduine del Sinai. Basta con Mubarak e con suo figlio Gamal, il possibile successore, atletico quarantenne con un passato da banchiere che si comporta nella caotica capitale di 15 milioni di abitanti - di cui un milione vive insieme ai defunti in una necropoli - come se fosse nello scintillante miglio quadrato della City londinese.
E ieri sono state ancora violente le tensioni nelle piazze egiziane: altre due persone (un poliziotto e un manifestante) sono rimaste uccise al Cairo; circa 700 persone sono state arrestate in tutto il paese, tra cui otto giornalisti, e scontri sono scoppiati anche vicino al consolato italiano nella capitale. A Suez un gruppo di manifestanti ha appiccato il fuoco al palazzo del governo, al commissariato e ha tentato di dare alle fiamme anche la sede locale del partito nazionale democratico, al potere in Egitto. La polizia è intervenuta lanciando gas lacrimogeni. Fonti ufficiali della città nel nord-est, una delle più calde della protesta, dove martedì sono morte quattro persone, hanno ordinato la chiusura dei negozi. Tra i feriti almeno 55 manifestanti e 15 agenti di polizia. Intanto, da Vienna Mohammad Mustafa el Baradei, ex direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) e fondatore dell'Organizzazione patriottica per il cambiamento (Opc), una delle forze d'opposizione, ha preannunciato il rientro oggi al Cairo per cavalcare la mobilitazione. La distanza, che è sempre stata enorme, tra le élite e il popolo è rimasta invariata, ma nell'epoca dei social network, delle tv satellitari e di WikiLeaks è diventata più intollerabile, soprattutto perché la famiglia al comando vuole fare dell'Egitto una sorta di repubblica ereditaria. E c'è anche un divario crescente tra la retorica di un potere che parla di riforme e globalizzazione ma vuole lasciare fuori dalla porta la democrazia e l'informazione.
Qual è stata la reazione del raìs? Oscurare Facebook e Twitter al movimento "6 aprile" e proibire tutte le manifestazioni confermando uno stato d'emergenza con arresti arbitrari che dura da 30 anni. I riflessi del poliziotto, come è già accaduto con Ben Ali, sembrano più immediati di quelli del politico, anche se la repressione ha avuto, rispetto al passato, la mano leggera. Hillary Clinton, segretario di stato Usa, è però intervenuta prontamente ieri per invitare le autorità egiziane «a permettere manifestazioni pacifiche», non oscurare Twitter e Facebook e liberare i giornalisti arrestati. Al Cairo l'effetto Tunisia non arriva del tutto inaspettato ma dopo un paio d'anni di scioperi nelle fabbriche e agitazioni sociali. Le cause della rabbia sono le stesse: disoccupazione, frustrazione giovanile, mancanza di libertà e, soprattutto, un leader aggrappato al potere fino all'ultimo respiro. Ma l'Egitto, con i suoi 80 milioni e la presenza massiccia dei Fratelli Musulmani fondamentalisti, è un problema molto più grande della Tunisia: è un alleato vitale dell'Occidente, coinvolto nel processo di pace, nella lotta al terrorismo, foraggiato dagli Usa con aiuti solo di poco inferiori a quelli di Israele. Dovremmo, anche noi in Occidente, cominciare ad abituarci a vivere senza Mubarak, salito al potere dopo l'assassinio di Anwar Sadat nell'81. È uno shock pure per gli egiziani: il 70% ha meno di trent'anni e non ha conosciuto altro leader. Nel 2005 si è aggiudicato il quinto mandato con quasi il 90% dei voti, ma erano elezioni "libere", con altri candidati, perché in precedenza le percentuali si aggiravano sopra un trionfante 95 per cento. Mubarak, ex generale, non sopporta la concorrenza. Alle legislative del novembre scorso ha fatto fuori l'opposizione ancora prima di andare alle urne. Insomma, votare è una farsa, e neppure il 40% è iscritto alle liste. Tutti sanno che se il voto fosse regolare i Fratelli Musulmani sarebbero i vincitori: è stata questa prospettiva, accoppiata all'incubo di Hamas in Palestina e di Hezbollah in Libano, che ha frenato ogni pressione americana per liberalizzare il sistema. Come consegnare le chiavi del paese a un nemico della democrazia? La risposta è stata fin troppo scontata. Come Ben Ali in Tunisia, Mubarak ha il merito di avere salvato il paese dal caos dopo l'uccisione di Sadat, è riuscito a contenere negli anni 90 l'ascesa dei Fratelli Musulmani e del terrorismo, un risultato ingigantito dall'11 settembre. Ma è pensabile che Mubarak, 82 anni, dalla salute assai incerta, possa presentarsi per il sesto mandato e, in alternativa, è ancora praticabile la candidatura del figlio Gamal? Soltanto una paura abissale del vuoto ancora più forte e angosciosa della spinta al cambiamento può mantenere le cose come stanno.
Fonte: www.ilsole24ore.com
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