|

Sono rientrati da pochi giorni gli attivisti di "Viva Palestina" che hanno portato aiuti umanitari alle popolazioni palestinesi della Striscia di Gaza che ormai vivono in una sorta di prigione assediati dai militari israeliani. Oltre 5 milioni di dollari di aiuti sotto forma di generi di prima necessità, farmaci, materiale scolastico e soprattutto cemento, necessario per ricostruire una città messa in ginocchio dalla terribile "Operazione Piombo Fuso" ma che è stato bloccato dalle autorità egiziane.
Per soccorrere i palestinesi sono stati messi in moto tre convogli, dall'Europa, dal Marocco e dal Qatar che nel tragitto hanno raccolto attivisti provenienti da più di 30 paesi del mondo. Una carovana enorme composta da più di 400 persone e 150 veicoli, guidata da Nicci Enchmark e Kevin Ovenden, sopravvissuti al massacro della Mavi Marmara, nave del convoglio "Freedom Flottilla" del 31 maggio scorso.
Un mese di viaggio ostacolati soprattutto dall'Egitto che ha fatto di tutto per fermare i convogli umanitari. Tra gli attivisti c'era anche Dana Lauriola, una ragazza di Torino che studia e lavora nel sociale. Un'esperienza del tutto singolare la sua: nata a Ramat-Gan nei pressi di Tel Aviv, ha scelto di fare qualcosa di concreto per aiutare la popolazione palestinese e si è unita al convoglio. Al suo ritorno ci ha raccontato la sua esperienza.
Che cosa hai trovato a Gaza?
«I segni della guerra sono evidenti, soprattutto quelli dell'ultimo attacco "Piombo fuso" di un anno e mezzo fa. Molto è stato ricostruito perché le autorità governative lavorano in tal senso, però i segni sono indelebili: li vedi sulle abitazioni trivellate, li vedi sui cartelloni pubblicitari trivellati, li vedi in tutti quegli edifici che sono crollati, li vedi nelle zone di terreno vuote all'interno di una città densamente costruita, in luoghi dove prima c'erano palazzi, oppure li vedi spostandoti un po' da Gaza City verso i villaggi e i vari quartieri dove noti che comunque c'è una fatica molto grossa da parte della popolazione».
Cosa hai visto degli israeliani dalla Striscia di Gaza?
«In Palestina come vivono gli israeliani non è molto dato di saperlo. Quello che puoi osservare dalla Palestina è in che modo gli israeliani tentano di non far vivere i palestinesi, quindi i continui movimenti di mezzi nelle zone di confine via terra e via mare. È notizia di questi giorni che una nave militare israeliana ha bombardato un'imbarcazione di pescatori che stavano pescando in quel poco di mare che gli è concesso. Vedi gli israeliani nel momento in cui sorvolano il cielo della Striscia a qualsiasi ora del giorno e della notte e li vedi nelle zone di confine perché stanno alle torrette, dietro le recinzioni, perché continuamente avanzano rubando ulteriore terreno ai coltivatori e ai pastori della Striscia. Ciò che dalla Striscia vedi degli israeliani è questo: mezzi militari e armi».
E i palestinesi? Hai visto speranza o rassegnazione?
«Sicuramente c'è una grandissima forza, una grandissima dignità, un fortissimo senso dell'onore, una voglia di non mollare e di continuare a lottare. La loro speranza è sicuramente che la comunità internazionale ponga fine all'assedio, condanni Israele e lo spinga a rispettare tutte le risoluzioni dell'Onu che sta tranquillamente ignorando. I palestinesi vogliono la loro terra libera, hanno il diritto e lo pretendono di avere una vita dignitosa, di sognare un futuro e non di essere quotidianamente in balia dell'esercito che arriva, uccide e fa tutto ciò che vuole».
Hai notato un loro desiderio di dialogo?
«In realtà molti dei palestinesi con cui ho parlato hanno detto che non sono minimamente interessati al fatto che ci siano persone con una religione e con origini diverse dalle loro. Parlano di pace e giustizia non solo per se stessi ma anche per gli altri, per tutti i popoli oppressi. Ho visto che c'è davvero molta solidarietà. Poi è difficile parlare di dialogo oggi in Medio Oriente perché c'è una violenza fortissima da parte degli israeliani, c'è da parte loro l'assoluta non volontà di concedere al popolo palestinese ciò che gli spetta, c'è una violenza così forte, così sistematica, così crudele che anche questi processi di pace che ci sono stati denotano oggi un'impossibilità di dialogo fino a quando non verranno riconosciuti dei diritti fondamentali che al popolo palestinese non vengono riconosciuti».
Come siete stati accolti durante il tragitto?
«Abbiamo trovato quasi sempre un'ottima accoglienza ma chi in tutti i modi ha cercato di ostacolarlo, ovviamente oltre a Israele, è stato l'Egitto. È fondamentale sottolineare come il problema dei palestinesi oggi non sia solo Israele ma l'Egitto che li ha completamente abbandonati e collabora totalmente con il governo israeliano. Potrebbe rappresentare una grossa risorsa, una grossa speranza e invece è un'ulteriore condanna».
Per te che sei nata in Israele e che hai il passaporto di questo paese, il viaggio fino a Gaza ha avuto un significato particolare?
«Sì, ha un significato molto forte perché mi occupo da anni della questione palestinese ma non avevo mai potuto vedere con i miei occhi cosa il mio paese d'origine sta facendo. Potevo immaginarlo ma sicuramente vederlo con i miei occhi mi ha rafforzato la convinzione che è giusto dall'Italia e da qualsiasi parte del mondo continuare a lottare, continuare a creare solidarietà intorno alla questione, fare pressioni sui governi. Per me è stato emotivamente molto forte ma anche politicamente molto significativo».
Fonte: www.nuovasocieta.it |